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CENNI STORICI e CULTURALI

testo di Fernand Paul Meyer

  1. Introduzione
  2. L'area culturale tibetana
  3. Re, conquistatori e missionari buddisti (VII-IX secolo)
  4. Un Buddhismo carico di storia
  5. Crepuscolo dinastico e rinascita del Buddhismo (IX-XII secolo)
  6. Buddhismo e arte sacra
  7. Prelati e protettori stranieri (XIII-XVI secolo)
  8. Il Tibet dei Dalai Lama (XVII-XX secolo)
  9. L'arte profana

Prelati e protettori stranieri (XIII-XVI secolo)

Come stiamo vedendo, la ‘seconda propagazione’ del Buddhismo suscitò un intenso furore religioso, culturale e artistico che trasformò progressivamente il paese in profondità e segnò definitivamente il suo futuro. Ma il Tibet restava diviso in territori feudali di cui certe famiglie di signori possidenti, ricordiamolo, erano anche a capo di scuole religiose. La sua riunificazione fu imposta nel XIII secolo da una giovane potenza straniera in piena espansione, quella dei mongoli di Gengis Khan. Nel 1240 poco tempo dopo la loro conquista del regno Xixia, della Cina del Nord e dell'Asia Centrale una prima incursione devastatrice colpì il Tibet centrale. I mongoli non cercarono di amministrarlo direttamente, ma decisero di imporre il vassallaggio con la mediazione di una personalità tibetana ampiamente riconosciuta. Nel 1244 il principe mongolo Godan Khan fece venire alla sua corte Sakya Pandita (1182-1251). Quest’abate molto influente del monastero di Sakya, apparteneva ad un lignaggio dell’antica aristocrazia tibetana nella quale si trasmettevano parallelamente il potere temporale e la direzione spirituale dell'ordine religioso Sakyapa che gli era legato. Secondo la tradizione tibetana, Godan Khan, che sembra avere avuto delle tendenze religiose tanto eclettiche che pragmatiche, sarebbe stato convertito da Sakya Pandita. In ogni modo egli riconobbe in quest’ultimo l'autorità tramite la quale egli intendeva esercitare la sovranità mongola sul Tibet. Questo legame vantaggioso per entrambe le parti, che univa il casato dei Sakya e Godan Khan, non realizzò tutte le dimensioni politiche e religiose se non quando fu ripreso e istituzionalizzato da Phagpa (1235-1280) nipote e successore di Sakya Pandita, e Qubilai Khan che salì al trono imperiale della Cina nel 1260.
Phagpa ricevette il titolo di Precettore imperiale (tishi) - che gli conferiva un’influenza preponderante nell'ufficio degli affari tibetani e buddhisti - e gli fu conferito il potere sul Tibet in cambio delle iniziazioni religiose date all'imperatore. I tibetani interpretarono questa relazione secondo il modello buddhista dei legami reciproci complementari che uniscono maestro religioso e protettore principesco. Tuttavia, il potere di cui fu investito Phagpa restava essenzialmente onorifico nella misura in cui esso faceva parte di una struttura amministrativa controllata dalla corte. La sua autorità temporale era accompagnata in loco da quella di un governatore generale tibetano la cui nomina doveva essere approvata dall'imperatore. Questo governatore controllava il Tibet centrale diviso in tredici distretti. Alla testa di questi si trovavano delle famiglie nobili locali i cui appannaggi dovevano essere confermati dalla corte imperiale.
Fino alla sua caduta nel 1368 la dinastia mongola degli Yuan, discendente da Qubilai continuò ad accordare la sua protezione ai Sakyapa, anche quando il proprio indebolimento non gli permise più di difendere efficacemente le loro prerogative temporali sul Tibet. Il potere Sakyapa fu, in effetti, combattuto e infine soggiogato verso il 1354 da Changchub Gyaltsen. Questo governatore di distretto apparteneva ad una famiglia nobile che si trovava anche alla testa dell'ordine religioso, dei Phagmodupa. Changchub Gyaltsen istituì il suo potere politico riorganizzando l'amministrazione territoriale del Tibet centrale. Nella sua impotenza ad intervenire, la corte mongola non poté che ratificare lo stato di fatto e dovette riconoscere il successore che Changchub Gyaltsen si era scelto nel suo proprio lignaggio, riconoscendo così la nuova supremazia dei Phagmodupa in Tibet.
Durante tutto questo periodo le strette relazioni politiche e religiose che erano state tessute tra il Tibet riunificato sotto l'egida dei Sakyapa, poi dei Phagmodupa, e la Cina degli Yuan ebbero importanti implicazioni culturali ed economiche. I monasteri tibetani beneficiarono di ricchezze e di doni considerevoli che i precettori imperiali e altre personalità, religiose o laiche ottenevano dalla corte. I signori che si trovavano a capo dei distretti, e di cui alcuni avevano legami matrimoniali con la dinastia di Sakya, patrocinarono importanti fondazioni religiose. Artigiani della corte Yuan furono invitati a lavorare nel Tibet centrale e v’introdussero nuovi motivi architettonici e artistici. A loro si affiancarono non solamente artisti tibetani, ma anche nepalesi che erano stati invitati in gran numero dai Sakyapa sia per merito della loro bravura sia per la loro vicinanza geografica. D'altra parte la protezione mongola di cui godeva il Buddhismo tibetano creò nella Cina stessa un’importante richiesta di rappresentazioni figurate e d’oggetti rituali specifici. Questa domanda fu fin dagli inizi soddisfatta da artisti tibetani e nepalesi introdotti dalle gerarchie Sakyapa, dando così origine a un'arte tibeto-cinese che avrà un grande seguito.
Nel Tibet l'influenza della pittura Yuan condizionò in maniera considerevole alcuni temi come la serie dei sedici arhat o quella dei quattro re guardiani dei punti cardinali. In altri soggetti l'influenza è limitata ad alcuni elementi come, per esempio, la stilizzazione delle nuvole, il panno morbido degli abiti e i loro disegni dei broccati, lo svolazzare delle sciarpe, certe figure di dignitari, la rappresentazione dei paesaggi, i dragoni decorativi e certi ornamenti floreali. In generale, e come si può ancora notare nel monastero di Shalu restaurato e ingrandito all'inizio del XIV secolo, le influenze cinesi, lo stile tibetano post-Pala e lo stile nepalese contemporaneo furono giustapposti piuttosto che integrati tra loro. Nate sotto l'egida dei Sakyapa, queste grandi tendenze stilistiche, dove dominavano le tradizioni indo-nepalesi, conobbero un importante accrescimento nelle costruzioni religiose successive, tra cui si deve ricordare in modo particolare il tempio e lo stupa monumentale dalle molteplici cappelle che furono costruite da un principe di Gyantse nella prima metà del XV secolo.
L`avvento della dinastia cinese dei Ming (1368-1644) non ebbe ripercussioni dirette sulla situazione politica del Tibet benché gli imperatori della nuova dinastia avessero ripreso il patronato dei prelati delle differenti scuole buddhiste tibetane e la concessione a fare investiture puramente onorifiche che non facevano che confermare uno stato di fatto su cui essi non avevano più alcuna presa. All'inizio del XV secolo, Tsongkhapa (1357-1419) istituì la scuola Gelugpa, l'ultimo grande ordine religioso tibetano che rappresentò anche un ritorno riformatore alla tradizione di Atisha per le sue posizioni dogmatiche e l’inflessibile rispetto dei voti monastici. I Gelugpa non furono da principio particolarmente legati ad un potere politico determinato. Essi beneficiarono tuttavia della protezione dei signori della regione di Lhasa, specialmente i Phagmodupa. Dopo la morte di Tsongkhapa, la direzione del nuovo ordine passò, successivamente, a discepoli vicini. È solamente dopo il terzo di loro, Gedündub (1391 -l475) che la successione fu assicurata con il sistema della reincarnazione nella persona di Gedün-Gyamtso (1475-1542). La rapida espansione dei Gelugpa li mischiò alle lotte del potere politico che, nel contesto tibetano erano anche lotte d’influenza religiosa. Nel 1435, il governatore del distretto di Rinpung si era, in effetti, ribellato contro i Phagmodupa e aveva stabilito il suo dominio sulla provincia di Tsang nel sud-ovest del Tibet centrale. I suoi discendenti tentarono di estendere il loro territorio nella regione di Lhasa e sostennero i potenti prelati dell'ordine Karmapa nella loro ostilità al successo crescente dei Gelugpa, i cui monasteri erano in procinto di diventare i più popolati del Tibet. La nuova scuola fu ancora più minacciata quando, nel 1565, i Rinpungpa furono a loro volta soppiantati dai principi di Tsang che conservarono tuttavia le stesse ambizioni territoriali e rinforzarono ancora i legami con i Karmapa. Il capo dei Gelugpa in quel periodo, Sönam-Gyamtso, (1543-1588) si rivolse allora verso i mongoli Khalkha. Nel 1577 rispose all'invito del loro capo Altan Khan dal quale ricevette il titolo di Dalai Lama, ‘Grande Maestro’. Questo titolo fu in seguito esteso retrospettivamente ai tre predecessori di Sönam-Gyamtso. Altan Khan si convertì al Buddhismo predicato dai Gelugpa. Egli sarà progressivamente seguito dalla quasi totalità dei mongoli nello spazio di un secolo. Sönam-Gyamtso morì nel corso della sua missione in Mongolia. La sua reincarnazione, considerata come il IV Dalai Lama, fu riconosciuta nella persona del pronipote di Altan Khan, Yöntan-Gyamyso (1589-1617) il che evidentemente rinforzò i legami nascenti fra l'ordine Gelugpa e i loro protettori mongoli. Sönam-Gyamtso morì giovane quando il suo ordine era più che mai minacciato nel Tibet centrale dai principi di Tsang e dai loro alleati Karmapa. Questi disordini ricorrenti trovarono finalmente il loro epilogo nell’intervento massiccio delle armate di Gushri Khan, il capo dei mongoli Qoshot, a vantaggio dei Gelugpa. Egli battè il sovrano di Tsang e offrì formalmente il potere al V Dalai Lama (1517-1682) durante un’incoronazione che avvenne nel 1642. Questa segnò gli inizi della supremazia politico-religiosa dei Gelugpa, che doveva durare, con alterne vicende, fino al 1950.
Le vicissitudini politiche che avevano privato il Tibet centrale di un potere politico unitario a partire dal 1435, non avevano tuttavia frenato l'attività religiosa e artistica, né gli scambi con la Cina dei Ming. Le autorità religiose e laiche tibetane avevano continuato ad inviare delle missioni a corte, dissimulate come un’alleanza puramente formale da cui essi traevano, in effetti, non solamente prestigio ma anche grandi vantaggi materiali. La prima edizione stampata del corpo canonico tibetano, il Kanjur, fu realizzata a Pechino nel 1410, sotto il regno dell'imperatore Yongle. Essa era illustrata con un gran numero di scene rappresentanti le figure del pantheon nello stile tibeto-cinese ereditato dagli Yuan. Così pure, a partire da quest’epoca e fino alla caduta della dinastia, i laboratori imperiali fusero con una padronanza tecnica ammirabile un gran numero di statue sontuose in bronzo dorato realizzate nello stesso stile. Questa produzione, largamente diffusa, influenzò l'arte del Tibet centrale a partire dalla fine del XVI secolo. Nello stesso periodo, la pittura decorativa cinese contemporanea determinò il sorgere di un nuovo stile pittorico tibetano associato all'ordine Karmapa. Esso si caratterizza in particolar modo per l'importanza e la profondità nuova di un paesaggio più naturalista nel quale s’inseriscono armoniosamente le figure principali. Nel Tibet stesso la realizzazione dei thang-ka su tessuto, secondo la tecnica autoctona dell'appliquè, sembra essere soprattutto diffusa a partire dal XV secolo.

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