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CENNI STORICI e CULTURALI
testo di Fernand Paul Meyer
- Introduzione
- L'area culturale tibetana
- Re, conquistatori e missionari buddisti (VII-IX secolo)
- Un Buddhismo carico di storia
- Crepuscolo dinastico e rinascita del Buddhismo (IX-XII secolo)
- Buddhismo e arte sacra
- Prelati e protettori stranieri (XIII-XVI secolo)
- Il Tibet dei Dalai Lama (XVII-XX secolo)
- L'arte profana
Il Tibet dei Dalai Lama (XVII-XX secolo)
Con l'ascesa al trono del V Dalai Lama nel 1642, il Tibet centrale aveva certo ritrovato la sua unità politica, ma esso la doveva, ancora una volta, all'intervento di una potenza straniera, fatto che sarà carico di conseguenze per il futuro. Se Gushri Khan aveva indubbiamente elevato la gerarchia Gelugpa ad una posizione di preminenza, le aveva pur tuttavia imposto un governatore generale per l'amministrazione civile, e non aveva nemmeno conservato per sé e per i suoi discendenti le prerogative militari unite al suo status di principe protettore della Chiesa e del paese. Inoltre, una nuova potenza espansionistica nacque in Oriente: quella dei Manciù che s’impadronirono, nel 1644, del trono imperiale cinese sotto il nome dinastico di Qing. Il V Dalai Lama si rivelò insieme un grande uomo di stato e un notevole prelato religioso. Dopo la morte di Gushri Khan nel 1655 il suo potere divenne assoluto. Lhasa, l'antica capitale dell'epoca monarchica, ridivenne la sede degli organi governativi, specialmente in seguito alla costruzione dell'imponente palazzo del Potala. La nobiltà venne a risiedere a Lhasa per esercitare il privilegio che le era stato dato di partecipare all’amministrazione governativa a fianco dei funzionari religiosi. Infine, i grandi monasteri Gelugpa vicini alla capitale videro i loro effettivi crescere di molte migliaia ciascuno, il che donò loro un peso politico importante. A sua volta la giovane dinastia dei Qing rinnovò, col nuovo potere tibetano, i legami tradizionali che erano stati mantenuti dai Ming. In più la strategia dei Qing dovette tenere conto dell'influenza religiosa considerevole di cui godevano la scuola Gelugpa e il Dalai Lama in particolare presso certe tribù potenzialmente pericolose per l'impero. Nel 1705, le vicissitudini che erano seguite alla morte del V Dalai Lama spinsero un discendente di Gushri Khan a tentare di imporre con le armi sul Tibet le prerogative temporali che egli riteneva gli fossero dovute.
Quest’intervento provocò per reazione quello dei mongoli Dzungars che erano allora essi pure in lotta contro la Cina. L'imperatore reagì con vigore ed inviò un corpo d’armata che occupò Lhasa nel 1720 ed installò sul trono un VII Dalai Lama privato d’ogni potere politico. Nel 1727 dopo il fallimento di un tentativo di una forma di governo collegiale composto d’individui arruolati fra l'aristocrazia, l'imperatore riconobbe il potere del solo Pholhanas (16891747) come sovrano laico del Tibet. Tuttavia, il figlio che gli successe dopo venti anni di un regno prospero iniziò a tramare con i mongoli, il che spinse i due rappresentanti imperiali ad assassinarlo nel 1750. Una sommossa scoppiò a Lhasa ma il VII Dalai Lama riuscì a riportare l'ordine. Essendosi questo tentativo di monarchia laica a sua volta arenato, non restava all'imperatore Qianlong che riconoscere la sola autorità tibetana incontestata del momento: quella del Dalai Lama. Sotto l'egida di quest'ultimo furono allora messe a punto le istituzioni del governo teocratico che perdurarono, a grandi linee, fino al XX secolo. Due rappresentanti imperiali erano incaricati di sorvegliare il governo tibetano, di tenere l'imperatore informato e di trasmettergli le decisioni importanti per l'approvazione. I loro poteri di controllo furono rinforzati in occasione di un nuovo intervento dell'armata imperiale causato dall'invasione dei Gorkha nepalesi alla fine del XVIII secolo. Il secolo seguente fu un periodo di stagnazione durante il quale la mediocrità dei notabili dirigenti, essenzialmente occupati a preservare i loro poteri ed i loro privilegi, si adattò all’isolamento del paese voluto dai Qing e anche alla decadenza progressiva dell'impero nonostante questo offrisse opportunità di emancipazione. Alla fine di questo secolo, il Tibet fu coinvolto nella lotta fra russi e inglesi per le loro mire asiatiche alle quali la dinastia agonizzante dei Qing non poteva più opporsi. Ebbe allora la fortuna di avere a capo il XIII Dalai Lama (1876-1933) che fornì prova di grandi capacità politiche. Dopo la rivoluzione cinese del 1911, il Dalai Lama dichiarò il Tibet libero dai legami che l'avevano unito all'impero e tentò di impegnare il paese nelle riforme che la recente presa di coscienza del contesto internazionale rendevano indispensabili.
Come abbiamo visto, è sotto il regno del V Dalai Lama, nella seconda metà del XVII secolo, che si mise a punto il vasto sistema istituzionale e culturale che unificò il Tibet sotto l'autorità della scuola Gelugpa divenuta chiesa di Stato. Tanto in architettura che in arte le correnti precedenti furono integrate in una sintesi che condusse a ciò che si può considerare come il classicismo tibetano. Questo attenuerà progressivamente i particolarismi regionali o delle scuole religiose e avrà tendenza ad imporsi come uno stile eclettico: ‘panlamaico’ a partire dalle vallate himalayane del sud fino alla Siberia meridionale al nord. Le fondazioni religiose, gli ingrandimenti e i restauri intrapresi sotto l'egida del V Dalai Lama stimolarono un’intensa attività artistica e artigianale. Il capo spirituale istituì dei laboratori governativi ai piedi del suo palazzo, il Potala. Essi raggruppavano in modo particolare degli scultori, dei bronzisti, degli orafi, di cui una gran parte era d’origine nepalese. È senza dubbio in quest’epoca che il governo istituì a Lhasa, ma probabilmente anche negli altri centri, delle corporazioni che riunivano diversi tipi d’artigiani, i quali, in quanto dipendenti diretti del governo, erano tenuti a dedicargli annualmente un determinato periodo di lavoro. Le numerose produzioni artigianali e artistiche della seconda metà del XVII e XVIII secolo - finanziate da un governo centralizzato la cui dimensione religiosa estendeva l’influenza e quindi le risorse economiche ben di là delle sue frontiere nazionali favorirono l'emergenza di uno stile tibetano arrivato a maturità. Gli artisti nepalesi continuarono ad apportare il loro contributo meno in pittura che nel lavoro del metallo: fonderie per la cera persa, oreficerie, ottonerie, ma dopo aver essi stessi assimilato le tendenze eclettiche autoctone. In pittura il puro stile indo-nepalese è a questo punto definitivamente abbandonato, e vi è una completa assimilazione dei motivi cinesi. Il trono e l'aureola della figura principale si distaccano spesso da un fondo floreale e lo spazio si approfondisce in viste panoramiche suggerite da piani sovrapposti dove le strutture architettoniche si mescolano al paesaggio. Le composizioni tendono a divenire più fitte, con una gran ricchezza di dettagli di cui la finezza d'esecuzione sembra essere stata ispirata dalla miniatura indiana. Si trovano tuttavia anche nello stesso periodo delle composizioni molto aeree dove vasti spazi separano le scene narrative che circondano la figura centrale. Infine i dipinti a sfondo nero e altri eseguiti col contorno rosso su fondo dorato o d'oro su fondo rosso vennero allora in voga. La stampa in gran numero, per mezzo di xilografie, di disegni del formato dei ‘thang-ka’ ripresa o no dalla pittura, contribuì all'unificazione degli stili, mentre l'influenza della pittura cinese risultò particolarmente evidente nel Tibet orientale. Nella scultura certe correnti restarono fedeli allo stile indo-nepalese con, tuttavia, un’accresciuta ricchezza negli ornamenti con dorature e incrostazioni di pietre preziose, d'argento o rame.
Allo stesso tempo gli artisti del Tibet centrale tendevano a adottare lo stile tibeto-cinese delle statue prodotte in gran numero dai laboratori imperiaLi a partire dal XVIII secolo. Gli imperatori della dinastia Qing (1644-1911) ordinarono, in effetti, sia l'edizione e la traduzione (soprattutto in mongolo e in manciù) di numerosi testi di Buddhismo tibetano sia una importante produzione di statue, di thang-ka e di oggetti rituali presso i laboratori imperiali e ai diversi monasteri e istituzioni lamaiste stabilite nella Cina stessa. Queste opere non erano destinate solamente ad uso locale, ma entravano anche, e senza dubbio, nella strategia politica adottata dai Qing rispetto a mongoli e tibetani. Esse erano inviate in dono alle fondazioni religiose così come ai prelati tibetani e mongoli in occasione di festività che scandivano le loro carriere. Questi oggetti di prestigio furono sovente realizzati con forme o materie ‘esotiche’ e secondo tecniche sconosciute presso i destinatari: brocche la cui forma ‘di airone’ è di chiara impronta iraniana, oggetti in giada, in alabastro o in cloisonné, thang-ka ricamati o in broccati di seta, ecc. Nonostante le loro grandi qualità tecniche queste opere soffrono generalmente di un sovraccarico decorativo un po' pesante.
Nel corso del XIX secolo tanto le produzioni tibetane che quelle dei laboratori imperiali furono affette da un formalismo crescente, spesso insulso e lezioso.
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Membro fondatore della Gaden Jangtse Federation - Europe
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His Holyness,
the Dalai Lama
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